Diventare un problem solver: il potere di realizzare ciò che desideri

Diventare un problem solver

Se hai deciso di diventare un problem solver, hai tutta la mia stima. E non scherzo. Credo infatti che se ciascuno di noi decidesse di acquisire anche in minima parte questa competenza, ne guadagneremmo tutti in salute.

Avere una mente orientata all’appianamento delle difficoltà e alla ricerca di soluzioni, talvolta condendo il tutto con un pizzico di creatività, non è dote comune ma utilissima.  Soprattutto in ambito professionale, quando hai buone, se non ottime, capacità di problem solving, finisci per essere molto apprezzato.

Prova ad esempio a immaginare una persona nuova che si unisce a un team di lavoro già collaudato. Quando questo accade, gli equilibri all’interno della squadra cambiano sempre. Il nuovo arrivato deve sapersi inserire nel flusso operativo e questo non sempre si verifica senza intoppi.

Soprattutto all’inizio, tutti gli occhi sono puntati su di lui. La domanda che aleggia silenziosa è:  sarà un “problem solver” o un “problem maker”?  Tutti sono naturalmente interessati a capire cosa si devono aspettare da questa persona, se soluzioni o problemi.

Cosa si intende con “problem solver”?

Se non sei nato con questa predisposizione, sappi che diventare un problem solver per scelta è possibile. Se nutri questo desiderio e vuoi andare in quella direzione, devi prepararti a un cambio di prospettiva notevole.

Intanto partiamo dalle basi, ovvero dalla definizione di “problem solver”. In psicologia, l’espressione indica una persona dotata di un atteggiamento orientato alla risoluzioni dei problemi.

Riprendendo l’esempio di prima, in ambito lavorativo il “problem solving” si identifica come una competenza trasversale molto ricercata. Sono pochi i datori di lavoro che si lasciano scappare una persona con questa inclinazione e prospettiva; è una rarità che giova sempre a tutto l’ambiente di lavoro.

Diventare un problem solver: se vuoi, puoi

Quando ti viene posto un problema o ti viene chiesto di occuparti di una questione per te nuova, qual è la risposta istintiva che dai al tuo interlocutore?

Se tra le opzioni rientrano “Me ne occupo subito” ed espressioni affini, potresti già essere un problem solver, o sulla buona strada per diventarlo. Se invece d’istinto la tua prima risposta è “non si può fare” o “non è possibile”, significa che la tua indole ti porta a scansare i problemi.

Per quale ragione? Potresti essere semplicemente pigro, non avere alcuna voglia di porti di fronte alla sfida, oppure essere intimorito dall’idea di non essere all’altezza del compito perché richiede capacità che non hai.

Come per tutto il resto, anche per diventare un problem solver è necessario fare appello alla propria forza di volontà. Come si suol dire, “se vuoi, puoi”. Devi innanzitutto mettere da parte pigrizia, svogliatezza, timori e paure e decidere che per te è giunta l’ora di rimboccarti le maniche.

Fatto questo, puoi cominciare a cercare una soluzione facendo appello al tuo ingegno, alla tua creatività e indole inventiva. Per dirla con lo psicologo Edward De Bono, puoi cercare di sfruttare e sviluppare il tuo “pensiero laterale” e aprire la mente a possibilità infinite.

Se neanche il pensiero laterale dovesse darti i suoi frutti, puoi optare per un’altra strada, ovvero chiedere aiuto o consiglio a chi ne sa più di te. Diventare un problem solver non significa infatti trasformarsi in un moderno MacGyver. Un bravo problem solver sa fin dove può arrivare da solo e quando è invece necessario collaborare con altre persone o, come spesso capita, delegare ad altri.

Quale che sia la soluzione al problema, ricorda che l’unico obiettivo di un vero problem solver è quello di risolvere l’intoppo attraverso qualsiasi mezzo possibile a sua disposizione.

Diventare un problem solver: il mondo in 3D

Per diventare un problem solver efficace, devi allargare i tuoi orizzonti e la tua prospettiva, osservare il mondo con uno sguardo di più ampio respiro o, come amo dire, con una visione “tridimensionale” della realtà.

Un errore che molti commettono è quello di concentrarsi sul problema e isolarlo del tutto dal suo contesto di appartenenza. È una pratica che può essere utile soltanto all’inizio, ovvero  quando, una volta individuata la problematica, la si vuole analizzare nel dettaglio per comprenderla più a fondo.

Quando però si passa dall’analisi del problema alla ricerca di possibili soluzioni, tanta ristrettezza di vedute è controproducente. Si finisce anzi per perdersi nell’iperdettaglio e da lì, te lo assicuro, trovare una via d’uscita è difficile.

Per sfruttare il pensiero laterale di cui ti ho parlato prima, invece, la tua mente ha bisogno di spazio. Deve potersi muovere in piena libertà tra concetti e informazioni anche apparentemente slegate tra loro e dotarsi di un’ampiezza di vedute la più vasta possibile.

Lo stesso Einstein sosteneva che: “Non è possibile risolvere un problema con lo stesso tipo di pensiero con cui lo si è creato”. Questo per dire che devi uscire totalmente dai tuoi schemi preimpostati e valutare ogni altra prospettiva, plausibile e non.

Puoi generare idee nuove soltanto quando ti allontani della giusta distanza dal problema in sé e osservi la realtà con occhi rinnovati.

Non sottovalutare le emozioni

Una delle capacità che ti occorre assolutamente allenare per diventare un problem solver è quella che ti permette di riconoscere – e gestire – le tue emozioni. Il motivo è semplice: sono le prime a fregarti.

L’aspetto emotivo è infatti quello che mette in scacco un po’ tutti. Di fronte a un imprevisto o a una richiesta a cui non siamo abituati, la reazione più comune è quella di innervosirsi, agitarsi e iniziare a farsi prendere dall’ansia. Perdere il controllo in questo modo, però, finisce per andare a nostro svantaggio per due ragioni diverse.

In primo luogo, perdiamo molto tempo e molta concentrazione, elementi che invece proprio in questo frangente sono fondamentali. In seconda battuta, rischiamo che le nostre emozioni amplifichino la nostra personale percezione del problema, ingigantendolo.

Utile è quindi mantenere quanto più possibile del distacco e una certa obiettività, almeno quanto basta a non lasciarci schiacciare dalle paure e dalle insicurezze che nutriamo. Così facendo possiamo ragionare a mente fresca e magari accorgerci, come talvolta accade, che quello che pensavamo fosse un problema enorme è di fatto una mera quisquilia da nulla.

Effetti collaterali del problem solving

Gli “effetti collaterali” del diventare un problem solver sono tutti in realtà risvolti che non possono che arricchire la tua vita. Ce n’è tuttavia uno che preferisco, ed è “l’ampliamento della percezione del possibile”.

Come puoi ben immaginare, infatti, i problem solver sono generalmente persone più ottimiste rispetto alla media. Non per una cieca e immotivata fiducia nel futuro ma perché sanno, per comprovata esperienza, che a ogni problema corrisponde una soluzione. E sono abituate a trovarla.

Sono dunque animate da un “ottimismo motivato” che le porta a considerare qualsiasi progetto come realizzabile e qualsiasi meta come raggiungibile. L’impossibile diventa possibile. Hanno tra le mani un potere eccezionale che sanno esercitare con efficacia per riuscire a fare nella loro vita tutto ciò che desiderano.

Ed è un’ebbrezza che ti auguro di provare.

Dario Silvestri

Practice, Dedication, Results